C’erano una volta due fratelli di cognome Cao. Uno aveva un anno in più dell’altro. Si assomigliavano come due gocce d’acqua e non si poteva distinguere chi fosse il maggiore e chi il minore. Quando avevano diciassette e diciotto anni, i loro genitori morirono. Se già si amavano molto, a causa della solitudine provocata dalla morte dei genitori si amarono ancora di più.

Non più istruiti dal padre, i fratelli andarono a studiare da un maestro. Per la loro onestà e diligenza, nutriva affetto per loro come se fossero i propri figli. Il maestro aveva una figlia di sedici anni di una bellezza incomparabile rispetto alle altre fanciulle della regione. Apprezzando la bellezza e la simpatia dei fratelli Cao, la ragazza voleva sposare il maggiore, però non sapeva chi fosse. Un giorno, a pranzo, la ragazza diede ai due fratelli una ciotola di zuppa e un cucchiaio. Visto che il minore li aveva conceduti al maggiore, la ragazza seppe chi era il maggiore. Chiese poi ai genitori il permesso di sposarlo.

Da quando il maggiore prese moglie, l’affetto fra i due fratelli non era caloroso come prima. Il minore era molto triste mentre il maggiore non se ne accorgeva. Un giorno, i due fratelli andarono a lavorare in un campo e tornarono a casa quando si fece buio. Il minore entrò in casa prima mentre la cognata usciva dalla camera da letto. Pensando che fosse il marito, la donna lo abbracciò. Lui gridò e tutti e due si vergognarono. In quel momento, il maggiore lo vide. Da allora, iniziò a dubitare che il minore amasse la moglie a divenne ancor più indifferente al fratello.

Un pomeriggio, mentre la coppia era assente, sentendosi solo e malinconico, il minore se ne andò. Camminò, camminò fino ad un bosco e seguì un sentiero. Comincio’ a far buio, la luna sorse, ma il ragazzo continuò a vagabondare. Giunto ad una fonte limpida, larga e profonda, non poté attraversarla. Così si sedette sulla riva piangendo. Pianse a dirotto mentre la fonte frusciava forte sovrastando il suo pianto. A notte fonda, la nebbia si addensò sempre più. Le gocce di rugiada fredda penetrarono nella sua pelle e lui morì, restando immobile e tramutandosi in un sasso.

Tornato a casa con la moglie, il maggiore non vide il minore. Andò a cercarlo senza dirlo alla moglie. Attraverso’ il sentiero, entrò nel bosco, continuò a camminare e giunse alla fonte limpida che scorreva intensamente sotto la luce della luna, ma non poté superarla. Dovette sedersi sulla riva, appoggiandosi al sasso mentre la rugiada cadeva incessantemente dalle foglie. Pianse amaramente a lungo tempo, svenne, morì e si tramutò in un albero senza rami accanto al sasso.

A casa, la moglie non avendo trovato il marito, ando’ frettolosamente a cercarlo e seguì anche lei il sentiero entrando nel bosco. Alla fine, giunse alla fonte larga e profonda. Si appoggiò al tronco dell’albero senza sapere che l’albero fosse il marito e il sasso fosse il fratello. Pianse singhiozzando fino all’alba. La nebbia dominava il bosco e i monti. Dimagrì poi come un grissino, trasformandosi in un arbusto che si avvolse all’albero accanto al sasso.

La storia poi fu tramandata. Tutti ebbe pietà del destino delle tre persone. Un giorno, un re passò per quel luogo. Dopo aver sentito raccontare le storia dalla gente, il re consigliò di provare a macinare la foglia dell’arbusto e il frutto dell’albero senza rami. Si sentì un odore piccante; venne masticato, era di gusto buono. Quando sputò sul sasso, questo divenne rosso. Così venne chiamato areca l’albero senza rami, betel l’arbusto. Da quel momento in poi, si prende il sasso dopo averlo surriscaldato e messo in acqua, lo si mastica con la foglia di betel e la noce di areca per rendere profumata la bocca e rosse le labbra.

Sebbene i tre fossero morti, il ricordo delle loro emozioni era molto intenso. Perciò negli incontri importanti come feste, festività, matrimoni… il betel viene masticato prima delle conversazioni. È diventato un’usanza tradizionale del Popolo vietnamita.

“Sự tích trầu cau”, tradotta da Luna